È arrivato a Cremona per giocare, sbagliare e crescere. Sono bastate poche apparizioni per far nascere un dubbio: forse Licina è già oltre
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Un bug, nel linguaggio informatico, è un errore di programmazione. Qualcosa finisce nel posto sbagliato, il sistema comincia a comportarsi diversamente da come dovrebbe e il risultato non è più quello previsto. Applicato al calcio potrebbe funzionare più o meno così: prendi un ragazzo di 19 anni, lo mandi in Serie B perché deve giocare, fare esperienza e completare il proprio percorso di crescita. Poi comincia il campionato e quello stesso ragazzo riceve palla, punta avversari molto più esperti, li salta con una facilità quasi irriverente e dà l'impressione che il livello scelto per farlo crescere sia già un livello che gli sta stretto. Ecco il bug. Si chiama Adin Licina.
Ci vogliono solamente alcuni secondi per innamorarsi calcisticamente di lui. Basta osservare le movenze, il tocco di palla, il modo in cui porta il pallone e quella naturale predisposizione a saltare l'uomo che, in alcuni momenti, arriva quasi a ridicolizzare chi prova a fermarlo. Non sembra pensare al dribbling: lo fa. Come se fosse la soluzione più semplice possibile.
Ed è proprio guardandolo che nasce una domanda forse persino più scomoda: siamo sicuri che l'errore del sistema sia soltanto averlo messo in Serie B? Perché qualcosa che non torna potrebbe esserci anche nel modo in cui il calcio valuta e accompagna certi talenti. Dirigenti, osservatori, agenti, allenatori: va bene fare esperienza, va bene rispettare le tappe, va bene proteggere un ragazzo e concedergli il tempo di sbagliare. Ma possibile che nessuno si sia veramente accorto che Licina era già pronto per il "Grande Calcio"? Il campo, per adesso, sta suggerendo una cosa piuttosto semplice: Adin Licina in Serie B sembra un fuoriquota. Al contrario. Non perché sia troppo grande per giocarla, ma perché rischia di essere già troppo forte.
“We go for more...”
Il 2 settembre Licina pubblica su Instagram una fotografia che oggi sembra quasi una dichiarazione programmatica. È di spalle, con il numero 10 della Cremonese ben visibile e le dita rivolte verso l'alto. La didascalia è semplicissima: “we go for more...”. Andiamo a prenderci altro. Quell'immagine funziona benissimo per raccontare quello che sta succedendo sul campo: Licina è arrivato in Serie B e ha iniziato immediatamente a comportarsi come se volesse prendersela. La Juventus lo ha mandato a Cremona per giocare, crescere, sbagliare, accumulare minuti e tornare a Torino più pronto. Un percorso perfettamente logico per un classe 2007, passato dal settore giovanile del Bayern Monaco alla Juventus e arrivato fino alla Next Gen e alla preparazione con la prima squadra bianconera.Il problema, se vogliamo continuare a chiamarlo così, è che il talento qualche volta corre più velocemente dei programmi costruiti per accompagnarlo. E Licina sembra avere una certa fretta. Prima il gol in Coppa Italia contro il Parma. Poi, contro il Padova, gol e assist. Un impatto immediato che non autorizza sentenze definitive, sarebbe assurdo dopo così poco, ma permette almeno di mettere sul tavolo una domanda: quanto tempo servirà davvero ad Adin Licina per dimostrare che questa categoria gli sta stretta?
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Licina: dal 32 della Juventus al 10 della Cremonese
Anche il suo Instagram conserva alcune fotografie interessanti del percorso. Ad aprile c'è Licina con il numero 32 della Juventus, il braccio destro alzato. Qualche mese dopo eccolo vestito con l'abbigliamento della prima squadra bianconera. A luglio posa con una maglia rosa della Juventus. Poi arriva Cremona. Cambia la maglia e cambia soprattutto il numero: 10. Tre fotografie che, messe idealmente una accanto all'altra, raccontano quanto velocemente sia cambiato il suo mondo. Bayern, Juventus, Next Gen, prima squadra, Cremonese. Per molti ragazzi della sua età sarebbe già abbastanza per fermarsi un momento e capire cosa stia succedendo. Licina, invece, sembra continuare ad andare.Definirlo semplicemente un fantasista rischia di raccontarne soltanto una parte. Licina è mancino, ama ricevere il pallone e può muoversi tra fascia e zona centrale, ma ciò che colpisce prima ancora della posizione è il rapporto che ha con il pallone. Ci sono giocatori tecnici e ci sono giocatori nei quali la tecnica modifica direttamente il ritmo dell'azione. Licina appartiene, almeno potenzialmente, alla seconda categoria. Riceve e orienta. Punta. Aspetta la reazione dell'avversario. Poi cambia direzione.
La cosa impressionante non è soltanto che riesca a saltare l'uomo, ma quanto naturale sembri farlo. Il difensore spesso deve reagire a qualcosa che Licina ha già deciso un istante prima. È quella frazione di secondo che separa il dribbling estetico dal dribbling che rompe una partita. Ed è forse questa la prima cosa che cattura guardandolo: non sembra esserci fatica nel suo talento. Il pallone gli rimane vicino, il corpo accompagna il gesto e l'uno contro uno non viene cercato per fare spettacolo, ma perché per lui rappresenta spesso la strada più naturale per arrivare da un punto all'altro del campo.
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La Juventus lo ha mandato a crescere. Ma quanto deve crescere?
Fare esperienza deve essere un mezzo, non un dogma. Nel calcio siamo diventati bravissimi a costruire percorsi. Primavera, seconda squadra, Serie C, Serie B, magari una neopromossa in Serie A e poi, finalmente, la grande occasione. È un sistema che spesso funziona e che protegge soprattutto i ragazzi più giovani. Ma non tutti i talenti hanno gli stessi tempi. Qualche volta arriva quello che manda in tilt il programma. Quello che costringe chi decide a chiedersi non quale sia la prossima tappa prevista, ma quale sia la prossima tappa necessaria.Il prestito alla Cremonese dovrebbe rappresentare il laboratorio. Il luogo nel quale incontra difensori esperti, partite sporche, marcature aggressive, squadre corte, campi nei quali il talento da solo non basta. Dovrebbe essere il campionato che gli insegna qualcosa. Potrebbe però accadere anche il contrario. Potrebbe essere Licina a insegnare alla Serie B quanto velocemente un talento possa diventare troppo grande per il contenitore scelto per farlo crescere. Ed è per questo che vale la pena tornare a quella fotografia. Numero 10 sulle spalle. Dita verso il cielo. “We go for more...”
Altro arriverà sicuramente. Gol, dribbling, partite sbagliate, probabilmente anche qualche panchina e qualche serata nella quale la Serie B gli ricorderà perché è considerata una delle categorie più complicate del nostro calcio. Saranno proprio quei momenti, molto più dei primi highlights, a dirci quanto sia davvero pronto. Perché innamorarsi di un giocatore può richiedere pochi secondi. Capire fino a dove possa arrivare richiede tempo. Ma il primo segnale è arrivato. La Juventus ha mandato Adin Licina in Serie B perché diventasse un giocatore pronto per il piano superiore. Il bug potrebbe essere aver scoperto che, forse, al piano superiore poteva già starci.
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