Julio Sergio: “Il PSG mi voleva, Toni aveva previsto il rigore parato nel derby – Il più forte? Totti e subito dopo Menez!”

Le parole di Julio Sergio, ex portiere brasiliano che in Italia ha vestito le maglie di Roma e Lecce. Insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe più importanti della sua lunga carriera, ricca di aneddoti inediti.

di Redazione DDD

Julio Sergio, come si diventa portieri in Brasile? “Per farlo, bisogna essere innanzitutto matto. Quando ero piccolo, un amico mi ha invitato ad andare in una scuola calcio che era alla ricerca di un portiere. L’allenatore che ho trovato mi ha fatto innamorare di quel ruolo per il modo che aveva di allenare. Era una persona speciale e mi ha fatto vivere un’esperienza unica”. Da quel momento è cominciata ufficialmente la tua carriera? “Sì, ho giocato 4 anni nella scuola calcio e poi sono approdato al Botafogo, la squadra della mia città, iniziando a familiarizzare con il calcio professionistico. Nel 2002 sono passato al Santos, dove sono arrivati i miei primi successi: abbiamo vinto il campionato in quel primo anno e nel 2004, nel 2003, invece, siamo riusciti ad approdare sino alla finale della Coppa Libertadores, nonostante fossimo una squadra giovanissima. Purtroppo, abbiamo perso in finale con il Boca Juniors, che all’epoca aveva una formazione stellare tra cui spiccavano Burdisso, Tevez e Abbondanzieri. In ogni caso, sono stati tre anni stupendi”.

Julio Sergio (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Dopo qualche anno, nel 2006, approdi in Italia, alla Roma: com’è avvenuto il tuo trasferimento dal Brasile alla Capitale? “È stato merito di Zago, ex difensore giallorosso, che tramite il suo procuratore mi ha organizzato un provino alla Roma. Io ero stato appena operato al ginocchio, ma sono riuscito a convincere lo staff romano a tenermi. L’inizio, però, non è stato semplice: non parlavo e non capivo la lingua, gli allenamenti erano molto diversi rispetto a quelli a cui ero abituato in Brasile, tecniche nuove. L’allenatore dei portieri, che all’epoca era Bonaiuti, era molto esigente. È stata una sfida anche l’ambientamento”. Inizialmente il tuo ruolo in giallorosso con Spalletti era il terzo portiere. Come hai vissuto quel periodo? “Quando sono entrato nello spogliatoio della Roma per la prima volta ero circondato da tantissimi campioni: Panucci, Cufrè, Montella, Totti. Per me, era già un sogno giocare per una formazione di questo livello. Con Spalletti, l’allenatore che mi ha confermato in giallorosso, c’è sempre stato un rapporto straordinario, nonostante la sua scelta di gerarchia tra i portieri. Mi ha insegnato tantissimo e aveva coniato anche una frase rimasta storica:“Julio Sergio è il miglior terzo portiere del mondo”. Avevo qualità, mi allenavo bene e non rompevo le scatole. Con lui ho giocato solo una volta. Curiosamente, il mio esordio in serie A contro la Juventus è stata l’ultima gara da allenatore, dal momento che è stato esonerato dopo quel match”.

Poi, è arrivato Ranieri, che ti ha dato fiducia, lanciandoti come portiere titolare. Che soddisfazione hai avuto nel completare una grande scalata gerarchica da terzo a primo portiere? “Dopo quasi tre anni e mezzo di tribuna, è stato bellissimo. Ranieri mi ha confermato nel match contro l’Inter. Al termine di quella partita, durante le interviste del post gara, il mister disse: “Se questo è Julio Sergio, sarà lui il portiere titolare”. Soddisfazione incredibile, ma anche una bella responsabilità, soprattutto in una piazza come Roma”. Nella stagione 2009/10, quella del tuo esordio da titolare, la Roma è stata per lungo tempo in testa al campionato. Il 18 aprile 2010, durante il derby capitolino, sull’1-0 per la Lazio pari un rigore a Floccari, e poi la Roma rimonta e vince 2-1. Cosa ricordi di quella giornata storica? “Mi ricordo che la sera prima del match avevo parlato con Luca Toni: “Pensa se domani parassi un rigore nel derby”, e alla fine è andata così. Ed è stata la scossa per la rimonta, con Vucinic che ha segnato una doppietta e ha ribaltato il risultato. Ciò ci ha permesso di restare in testa alla classifica. Tra l’altro, è stata una giornata particolarissima, perché a fine primo tempo Ranieri aveva sostituito sia Totti che De Rossi, i due simboli di Roma, e se avessimo perso quella partita, dopo la mossa del mister, ci sarebbe stata una rivolta popolare. Nello spogliatoio è stata una festa, addirittura siamo usciti nuovamente sul terreno di gioco per andare sotto la curva ed esultare con i ragazzi che ancora erano sugli spalti. Sono ricordi che non dimenticherò mai”. A quattro giornate dalla fine, però, in casa contro la Sampdoria, è arrivata una sconfitta a sorpresa e il sogno scudetto è sfumato. Come ricordi quella serata? “Mi vengono i brividi a ripensare a quella partita. Noi eravamo fisicamente e mentalmente stanchi, però l’entusiasmo della piazza ci dava carica e adrenalina per dare il massimo. All’intervallo vincevamo 1-0, nella ripresa sono saliti in cattedra Cassano e Pazzini, Storari ha fatto il resto, parando di tutto. Nonostante quella sconfitta, nelle ultime tre partite ci credevamo ancora: ricordo che a Verona, contro il Chievo, vincevamo 2-0 e continuavo a girarmi verso la panchina chiedendo il risultato dell’Inter. Milito, però, era incontenibile in quella stagione. L’argentino ha regalato lo scudetto ai nerazzurri, così come la Coppa Italia, battendoci in finale. Mi dispiace non aver vinto nessun trofeo con la Roma da titolare”.

Dopo l’esonero di Ranieri è arrivato Montella in panchina. Com’è stato il rapporto con lui? “Non bellissimo. Avevo giocato insieme a Vincenzo anni prima, e quando l’ho ritrovato a Roma, dopo i primi allenamenti, mi ha comunicato che preferiva Doni e avrebbe fatto giocare lui. Chiaramente l’ho presa male, anche se ho rispettato la decisione e ho apprezzato l’onestà”. Prima di chiudere l’esperienza in Italia hai indossato una nuova maglia giallorossa, quella del Lecce. Le ragioni di quella scelta? “Alla fine della stagione 2011, la Roma è stata acquisita dai nuovi proprietari americani. All’inizio del ritiro estivo, Sabatini mi disse: “Hai ancora tre anni di contratto qui: puoi rimanere se vuoi, ma finché ci sarò io tu non giocherai mai più una partita”. Qualche giorno più tardi, mi chiamò prima Leonardo, che mi voleva in prestito al PSG per fare il secondo portiere e poi, tramite il mio procuratore, mi arrivò l’offerta del Lecce: un anno in prestito in Salento e poi era già pronto l’accordo per approdare in una big di Serie A, con un contratto triennale. Dopo qualche giornata, però, mi sono rotto il crociato e tutto è saltato. Sono tornato a Roma l’anno successivo, ma non potevo allenarmi con la squadra, solo a parte con l’allenatore dei portieri. C’era ancora Sabatini, che aveva imposto all’allenatore Rudi Garcia di non prendermi in considerazione per le partite. Se potessi tornare indietro nel tempo, accetterei la proposta del PSG”.

Adesso sei un allenatore. Quali sono i tuoi obiettivi futuri? “Ora sto studiando, sto prendendo i vari patentini e mi piacerebbe tornare in Italia per allenare, anche partendo come secondo in qualche squadra”. Un’ultima domanda: il giocatore più forte con cui hai giocato? “A parte Totti, che è stato il più grande, dico Menez, un giocatore che non ha ottenuto quello che avrebbe potuto considerando i suoi mezzi. Gli è mancata un po’ la testa: come tecnica, controllo di palla, cambio di passo è stato il più forte con cui abbia mai giocato”.

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