L'ultimo atto a casa sua, in un Monumental strapieno. Il gol, le lacrime, una maglia in eredità e una grande sfida per tutto il calcio sudamericano.
L'ultimo tango di Messi con l'Argentina: a segno per l'ultima volta con la nazionale
Contro un recalcitrante Benin termina la carriera di Messi con la maglia dell'Argentina. Travagliata, non sempre semplice, ma conclusa da eroe con il tributo di un intero Paese. Lo stesso che pochi anni fa non lo riconosceva neanche come suo leader. Iniziata alle 01:30 inoltrata, di mercoledì, la partita non ha aiutato i più intrepidi a restare svegli tutta la notte fino al triplice fischio. Nel primo tempo Messi ha mostrato il suo lato più umano: ha sentito la pressione come non succedeva da tempo, compiendo qualche - perdonabile - sbavatura e sollecitando timidamente l'estremo difensore avversario, che seppur in modo goffo ha risposto presente.
Nella seconda frazione di gara, con un occhio chiuso e l'altro che prova a restare aperto, l'Argentina decide di vincere aumentando minimamente l'intensità. Otamendi la sblocca, Nico Paz si prende la scena - e probabilmente raccoglierà qualcosa di più importante nei giorni a venire - e il numero dieci dà l'epilogo tanto richiesto: l'ultima firma, in casa sua, davanti a 80.000 persone con gli occhi gonfi di lacrime. La sua avventura ventennale con la Selección tramonta con una punizione decisamente da dimenticare, degna di quella calciata verso gli sgoccioli della finale del 2014, contro la Germania, in Brasile.
Dopo 208 partite giocate e 126 gol segnati, Messi lascia un eredità estremamente pesante. Nessuno è in grado di fare ciò che ha fatto lui, ma sembrava impossibile anche immaginare una serata del genere dopo l'addio di Diego Armando Maradona. E se l'Argentina può vantare tre (Maradona, Messi e Di Stefano) dei migliori giocatori della storia di questo sport (se non quattro, aggiungendo Omar Sivori), vuol dire che si trova nell'angolo di mondo giusto in cui forgiare ancora talento. Nel calcio per nazionali non è possibile ritirare un numero di maglia, dato che nelle principali competizioni bisogna assegnare dall'1 al 26. Dunque un nuovo 10 ci sarà. Da capire, però, chi sarà investito di questa enorme responsabilità (probabilmente, il numero 10 del Como).
Adesso, Messi non ha più sfide. Si diverte nella Major League Soccer, sparando le ultime cartucce prima del ritiro definitivo. La partita più difficile adesso la giocherà il movimento calcistico sudamericano, che si ritrova senza più appeal, soprattutto in vista della Copa America 2028. Senza Messi, Neymar, James Rodriguez e con Uruguay e Brasile in momenti storici delicatissimi, quanti saranno così audaci da sfidare la notte come si è fatto negli ultimi anni? Restando sul tema, l'Argentina resta al momento la squadra sudamericana più forte: sia per qualità, ma soprattutto per carenza di avversari del suo valore. Dunque, il futuro della Selección potrebbe essere ancora su quel sentiero dorato costruito dal marziano con la 10.
La CONMBEBOL quindi non se la passerà nel migliore dei modi, ma la sfida più difficile è quella dei tifosi cresciuti insieme a Messi. Non quelli che accendevano la televisione per vederlo giocare, ma chi ha davvero empatizzato con lui: quando la presenza di Riquelme era ingombrante, quando Maradona lo ha riconosciuto come suo erede (insegnandogli anche a battere le punizioni, come piace raccontare); dopo la finale persa in Brasile e a seguito delle due cocenti sconfitte contro il Cile.
Oggi possiamo dircelo, non sembrava destino: ma Messi ha dimostrato di essere così forte da poterlo riscrivere a suo piacimento, grazie alla sua schiera di soldati (De Paul, Paredes, Otamendi), al suo secondo violino Di Maria, a un improbabile e fortissimo Dibu e, soprattutto, ad Antonella, la sua colonna emotiva. Lei che ha reso umano una persona che più di altri ha sfiorato i confini con il divino.
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