Lo studio delle Università inglesi
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Il calcio e la pubblicità sono da sempre legati a doppio filo, ma i numeri emersi da un nuovo studio sul Mondiale 2026 hanno riacceso il dibattito sull'esposizione degli spettatori ai prodotti alimentari considerati poco salutari. Una ricerca condotta dalle Università di Bristol e Oxford ha analizzato tutte le 104 partite della competizione attraverso uno strumento basato sull'intelligenza artificiale, concentrandosi sulla pubblicità visibile durante il gioco.
Pubblicità al Mondiale 2026: i risultati dello studio
Il sistema ha individuato complessivamente 65.722 apparizioni di marchi e prodotti classificati come cibi o bevande ad alto contenuto di grassi, sale o zuccheri, secondo i criteri utilizzati dal governo britannico. Gli annunci sono rimasti visibili sugli schermi televisivi per 28,1 ore complessive, una quantità equivalente a poco più del 16% del tempo totale di gioco del torneo.
L'analisi ha riguardato esclusivamente ciò che gli spettatori hanno potuto vedere durante lo svolgimento delle partite, soprattutto attraverso i cartelloni pubblicitari elettronici a bordo campo e le altre superfici presenti negli stadi di Stati Uniti, Canada e Messico. Sono rimasti invece fuori dal conteggio gli spot trasmessi prima delle gare, durante l'intervallo e nelle pause per l'idratazione.
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Lo studio ha inoltre confrontato la presenza di questo tipo di pubblicità con altre categorie considerate potenzialmente problematiche. I loghi di cibi e bevande ad alto contenuto di grassi, sale o zuccheri sono comparsi circa sette volte più frequentemente rispetto a quelli legati all'alcol e alle società di scommesse, dieci volte più rispetto ai marchi del gioco d'azzardo e quasi 25 volte più rispetto alle criptovalute.
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