Il Cagliari sorprende, il Napoli delude ed il Palermo sogna la Serie A: ecco l'analisi esclusiva ai nostri microfoni di Antonio Criniti
Buona la prima per Max: il Napoli vince a Marassi e fa festa
Dopo le prime cinque giornate di Serie A, la sosta per le Nazionali ci regala la prima vera occasione per tirare il fiato e guardare la classifica. C'è chi sorprende come il Cagliari di Pisacane, chi fatica a ingranare come il Napoli di Allegri e poi c'è chi, come Antonio Criniti, al calcio di oggi preferisce da sempre quello di una volta.
Ai nostri microfoni, "Totò" ci ha regalato una chiacchierata schietta, genuina e profondamente amarcord. Tra una battuta sul Cagliari, uno sguardo al Palermo e un'analisi senza peli sulla lingua su un calcio ormai fin troppo tecnologico, Criniti ci riporta all'epoca di un calcio romantico e passionale: quello dei duelli maschi con Vierchowod, dei derby vissuti con la pancia e dell'indimenticabile corsa sotto la curva di Carletto Mazzone. Un viaggio tra ricordi ed emozioni per chi, sotto sotto, ha ancora nostalgia del calcio di una volta.
L'avvio a sorpresa del Cagliari di Pisacane guidato dai gol di Maldini
Partirei proprio dal Cagliari, squadra in cui lei ha giocato in passato. I rossoblù sono partiti benissimo: nonostante le diverse cessioni estive, contano già 12 punti dopo appena 5 giornate. Che impressione le sta facendo questo Cagliari guidato da Fabio Pisacane? Pensa che possa raggiungere una salvezza tranquilla?"La società ha mantenuto l'ossatura della scorsa stagione, pur privandosi di elementi importanti. Pisacane ha però confermato i giocatori più adatti al suo sistema di gioco e, soprattutto, quelli che gli garantiscono massima dedizione e fiducia. In più si è inserito benissimo Maldini, che quest'anno sembra particolarmente ispirato sotto porta. Quando hai una fase difensiva solida, Pisacane in questo è bravissimo, e davanti hai giocatori importanti come Maldini e anche un ragazzino come Mendy che ogni tanto riesce a metterla dentro, è tutto oro che cola. Credo proprio che la salvezza arriverà senza affanni, anche perché in Serie A ci sono formazioni messe decisamente peggio".
La grande partenza del Cagliari è anche merito dei gol messi a segno da Daniel Maldini. Pensa che, dopo una stagione sottotono tra Atalanta e Lazio, possa trovare la giusta continuità proprio in Sardegna? E più in generale, come vede il reparto offensivo rossoblù?
"Sì, Cagliari è una piazza che ti trasmette grande tranquillità e che sa rilanciarti. Parliamo di una realtà importante e consolidata nel tempo, con una storia gloriosa alle spalle che l'ha vista in passato calcare anche i palcoscenici europei. Sono convinto che questo possa essere l'anno della consacrazione per Maldini: l'ambiente cagliaritano è ideale per lui, la gente gli vuole bene e si percepisce una forte sintonia con i tifosi. Quando trovi tutti questi tasselli al posto giusto, per un giocatore fa un'enorme differenza".
Dalla sorpresa Cagliari alla pessima partenza del Napoli di Allegri
Rimanendo in tema Cagliari, proprio con lei in Sardegna Massimiliano Allegri ha vissuto una delle sue prime esperienze in Serie A da calciatore. Oggi lo ritroviamo sulla panchina del Napoli, dove sta vivendo un avvio di stagione un po' complicato: secondo lei cosa sta mancando alla squadra, al netto degli infortuni?"Io con Max ho un ottimo rapporto fin dai tempi in cui giocavamo insieme a Cagliari, quindi credo di conoscerlo molto bene, negli anni ha ampiamente dimostrato di essere un grande allenatore, anche se gli ultimi anni sono stati molto complicati. Napoli è una piazza diversa da tutte le altre: è un ambiente unico e viscerale, dove si vive di calcio ventiquattrore su ventiquattro dove il pallone viene prima di ogni altra cosa. In questo momento Allegri si trova a misurarsi con un contesto che forse non ha ancora assimilato del tutto le sue idee tattiche. Gli manca ancora quel completo consolidamento del gruppo e del sistema di gioco, che per lui è fondamentale, al di là delle singole vittorie che possono arrivare anche per un episodio o la giocata di un fuoriclasse".
"Detto questo, Allegri è un livornese ed è uno tosto, uno che non si abbatte mai e che ce la metterà tutta per invertire la rotta. Avendo vissuto da giocatore tante piazze del Sud come Catania, Palermo, Avellino, Reggina e Catanzaro, so bene che in contesti del genere, se non hai "il verme nello stomaco", duri poco. E Max forse ne ha più di uno".
Le ambizioni del Palermo di Inzaghi e l'importanza di Pohjanpalo
Passiamo a un’altra sua ex squadra, il Palermo, che oggi vede Filippo Inzaghi in panchina. La formazione rosanero ha vissuto una stagione complicata lo scorso anno, terminata poi ai playoff: secondo lei questo può essere l’anno giusto per puntare concretamente alla promozione in Serie A? E come giudica il lavoro di Inzaghi?"Io con l'ambiente rosanero ho mantenuto un legame fortissimo: sento spesso tifosi e giornalisti, e quando parlo dico sempre esattamente ciò che penso, con grande schiettezza e senza peli sulla lingua, anche se nel calcio di oggi a volte si preferisce usare un linguaggio un po' più di circostanza. Palermo è una piazza caldissima e comprensibilmente esigente: quando ci giocavo io avevamo quarantamila persone allo stadio e un'attenzione mediatica impressionante, un contesto del tutto diverso rispetto a realtà più piccole".
"Sulla carta il Palermo ha le carte in regola per conquistare la Serie A e quest'anno è partito con il piede giusto. Molto dipenderà da come Inzaghi saprà gestire i fisiologici momenti di difficoltà: a volte le sue squadre vivono dei passaggi a vuoto durante il campionato e a Palermo, se i risultati arrivano a mancare, la piazza non ti perdona e la pressione si fa sentire eccitante. Inzaghi deve dimostrare in panchina la stessa straordinaria forza mentale che lo caratterizzava da calciatore: se non si lascia condizionare dai momenti no e mantiene la bussola, sono convinto che questo Palermo possa davvero centrare la promozione".
Rimanendo in casa Palermo, quanto può essere decisivo un attaccante come Joel Pohjanpalo per la corsa al ritorno in Serie A?
"Pohjanpalo è sicuramente il punto di riferimento principale di questo Palermo. In questo avvio di stagione, però, sta facendo anche un grande lavoro di sacrificio per la squadra e per favorire l'inserimento dei compagni d'attacco, come Vavassori: questo ragazzo giovane molto interessante, che va spesso alla conclusione, dà sempre tutto in campo e sa trovare la via del gol".
"Metterei la firma per vedere Pohjanpalo segnare qualche rete in meno se questo dovesse significare centrare la promozione in Serie A grazie alle marcature distribuite con gli altri compagni di reparto. Il Palermo non deve dipendere delle prestazioni di un solo giocatore: se una squadra dipende totalmente da un singolo elemento rischia di fermarsi al primo momento di appannamento, squalifica o infortunio. Devono essere tutti pronti a portare il proprio contributo, poi sta all'allenatore saper gestire tutti questi profili importanti, ed è un compito tutt'altro che semplice. Oggi sono convinto che il successo di un allenatore risieda per l'80% nella capacità di gestire gli uomini più che nell'insegnare tattica sul campo. A certi livelli parliamo di giocatori già formati e affermati: cosa devi insegnargli? Mi viene in mente Carletto Mazzone: quando ci consegnava le maglie prima della partita, a noi ragazzini dava qualche consiglio pratico, ma a gente che aveva già vinto tanto del calibro di Francescoli, Fonseca, Matteoli, Gaudenzi o Herrera diceva semplicemente: "Andate in campo e fate quello che sapete fare". Ecco, il segreto della gestione spesso è tutto lì".
Criniti e le speranze del Brescia di tornare grande
A proposito di Mazzone, vorrei continuare con un’altra piazza che conosce molto bene: il Brescia. Dopo gli anni difficili e il percorso della scorsa stagione, secondo lei quanto può ancora crescere questa squadra e dove può arrivare nel prossimo futuro?"A Brescia c'è Eugenio Corini in panchina, un amico che stimo tantissimo e che oltretutto è bresciano DOC. Credo che la società debba ripartire da un allenatore così serio e preparato. Brescia è una piazza complessa ed esigente, storicamente abituata ai palcoscenici di Serie A e B, che ora si trova in questo purgatorio da un po' di tempo, anche a causa delle note vicissitudini societarie degli ultimi anni".
"Bisogna compattarsi e fare scudo attorno all'allenatore: spesso chi è del posto fa ancora più fatica, perché il detto nemo propheta in patria vale sempre. La piazza e il club devono sostenerlo a pieno. In più bisogna essere consapevoli delle insidie del campionato: c'è una concorrente come il Cittadella che sta viaggiando come un caterpillar, infilando sei vittorie consecutive. Non è un caso: parliamo di una società solida, ben strutturata e allenata benissimo, che viene da vent'anni di Serie B. Se il Brescia saprà compattarsi attorno a Corini e superare ostacoli di questo livello, ha assolutamente tutte le carte in regola per conquistare la promozione in Serie B".
L'evoluzione del calcio nell'era moderna secondo Antonio Criniti
Cambiando discorso, una grande novità di questa stagione è il nuovo metro arbitrale voluto dal designatore Daniele Orsato, che sta portando a una crescita del tempo effettivo di gioco nel nostro campionato. Dopo queste prime giornate, che idea si è fatto di questa nuova linea? Pensa che possa garantire meno 0-0 e più spettacolo?"Sul fatto che si fischi di meno posso anche essere d'accordo: troppo spesso in passato la gara veniva spezzettata da simulazioni o dai classici "falli tattici" o "di posizione", che andavano a interrompere sul nascere un'azione potenzialmente pericolosa. Lasciare correre di più è sicuramente un bene, perché favorisce le ripartenze e lo spettacolo".
"Allo stesso tempo, però, bisogna stare attenti a non creare costrizioni o paletti artificiali al flusso naturale del gioco. La partita deve svilupparsi spontaneamente e non essere imbrigliata da direttive troppo rigide. Ben venga quindi lasciar correre e premiare l'intensità, ma senza snaturare l'essenza del calcio, che resta uno sport bellissimo e affascinante proprio per la sua imprevedibilità e naturalezza".
In questo senso, pensa che l'uso esasperato della tecnologia e del VAR stia snaturando l'essenza romantica del gioco?
"Bisognerebbe tornare un po' allo spirito del calcio di una volta, quello degli anni Ottanta, Novanta e dei primi Duemila. Negli ultimi anni c'è stata un'evoluzione fin troppo "cibernetica" che ha creato solo confusione. È impensabile, per quello che è stato il mio calcio, doversi fermare per sei minuti in pieno inverno, sudati, ad aspettare che una decisione arrivi da una sala video chissà dove".
"Capisco che il mondo vada avanti e che la tecnologia si evolva, ma il bello di questo sport risiedeva anche nell'imperfezione. Se l'arbitro sbagliava, c'era la Moviola, ci si ritrovava a La Domenica Sportiva e si dibatteva per giorni per capire il perché di una scelta. Oggi un fuorigioco geografico di un solo centimetro ti cancella un gol che può valere un'intera stagione. Chi è cresciuto con un altro tipo di calcio fa fatica ad accettarlo: non so davvero dove ci porterà questa strada, ma personalmente non la vedo benissimo, ci sono troppe discordanza".
"Nel calcio moderno sei costantemente sotto l'occhio del ciclone: ci sono telecamere ovunque, capaci di inquadrarti da ogni angolazione, e sembra davvero di stare al Grande Fratello. Negli anni Novanta non era così, c'era la diretta su Telepiù e le immagini non avevano questa definizione esasperata. AI miei tempi la fisicità era tutta un'altra cosa, andavi in campo e volavano legnate vere con difensori storici come Pietro Vierchowod, Pasquale Bruno o Storgato dell'Udinese: il mio naso ne porta ancora i segni! Era un calcio duro, vero, fatto di duelli individuali maschi ma leali. Oggi invece ogni minimo contatto viene ingigantito e messo in cattiva luce dalle telecamere. Se dipendesse da me, congelerei il calcio all'epoca pre-2000. Inoltre, trovo assurdo l'accumulo di centinaia di calciatori stranieri nel nostro campionato, tra i quali se ne salvano pochissimi di reale valore, a discapito dei talenti italiani".
"Anche dal punto di vista tattico si è persa la semplicità: oggi vediamo tutti questi "scienziati" della panchina che preparano le sedute di allenamento al computer e propongono moduli complessi con difese a tre che scoprono metri di campo se non ci sono gli esterni a sacrificarsi. Una volta Mazzone faceva il classico 4-4-2: quattro difensori, quattro centrocampisti, due punte e tanto lavoro sull'uno contro uno. Il calcio è bello quando resta uno sport di intuizione e campo, non quando viene programmato a tavolino con un algoritmo".
Il ricordo di Brescia-Atalanta e della corsa di Mazzone nel famoso 3-3
In chiusura volevo chiederle: lei che ne ha vissute tante nel corso della sua carriera, riesce a dirmi un derby o una partita particolarmente sentita che le è rimasta impressa più delle altre?"Tra i tanti ti dico Brescia-Atalanta su tutti: è una sfida d'altri tempi, viscerale, "ignorante" nel senso più puro e passionale del termine. La corsa di Carletto Mazzone sotto la curva bergamasca è rimasta un'immagine storica del nostro calcio e racchiude tutto ciò che può significare un derby!".
"Ho avuto la fortuna di giocare parecchi derby in carriera: penso a Catania-Palermo, Catanzaro-Cosenza, Avellino-Salernitana... ne ho disputati tantissimi e fortunatamente li ho vinti quasi tutti, ma vi assicuro che scendere in campo in quelle occasioni era una vera e propria battaglia. Pur non avendolo vissuto in prima persona, conosco bene anche l'intensità di un derby come Sambenedettese-Ascoli, tra due piazze distanti appena trenta chilometri che vivono di quella rivalità".
"I derby sono partite che valgono infinitamente di più dei semplici tre punti in palio. Nella testa dei tifosi della curva, perdere un derby equivale quasi a una retrocessione; al contrario, vincerlo può dare un senso a un'intera stagione, anche se poi le cose dovessero andar male. È un campionato nel campionato, una sfida a sé stante dove la classifica si azzera e ci si gioca tutto dando l'anima dal primo all'ultimo secondo".
© RIPRODUZIONE RISERVATA