Salvatore Soviero dalla Nazionale alla prova del nove di De Rossi, per arrivare a quella confessione su Gian Piero Gasperini
Alla conquista dei mari: la presentazione del terzo kit del Genoa è da brividi
Ci sono calciatori che vengono ricordati per i grandi trionfi ed altri che lasciano un segno indelebile per il loro temperamento. Salvatore 'Sasà' Soviero appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: un portiere atipico con un carattere fortissimo che lo ha spinto dai campi sterrati fino ai grandi palcoscenici, ma che spesso si è rivelato un’arma a doppio taglio. In questa intervista esclusiva, Soviero si mette a nudo con una maturità e un’autocritica su alcuni episodi del passato, non perdendo però la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto. L'ex estremo difensore ci accompagna in un viaggio tra passato e presente: dal ricordo indelebile di un Derby della Lanterna, all'analisi del momento di Genoa e Venezia, fino a una dura critica contro un calcio moderno che, ossessionato dai portieri coi piedi, rischia di distruggere l'essenza stessa del ruolo."
L'avvio del Genoa di De Rossi ed il punto su Nicola secondo Soviero
Partirei dal Genoa, una squadra che conosce molto bene. Come giudica l’avvio di stagione dei rossoblù e che idea si è fatto della situazione legata a Daniele De Rossi? Pensa che sia giusto dargli ancora tempo per risollevare la squadra da questa brutta partenza?
"Per De Rossi questa stagione rappresenta la vera prova del nove. Quando è arrivato dopo Vieira ha fatto benissimo. Secondo me, quest'anno era partito con l'idea di cambiare modulo e passare al 4-3-3, ma non ha ancora trovato la quadra e si sta affidando nuovamente alla difesa a tre, cosa che al momento gli sta creando qualche problema. La difesa a quattro ti permette di avere un uomo in più dalla metà campo in su e, allo stesso tempo, garantisce maggiore solidità. Poi, quando ho saputo del riscatto di Baldanzi, ero convinto che virasse su un sistema con il trequartista; per ora invece lo sta facendo agire da mezzala, che secondo me non è esattamente il suo ruolo perché lo allontana troppo dalla porta. Detto ciò ha un intera sosta per provare a cambiare rotta e ripartire."
Proprio al Genoa ha avuto come compagno di squadra Davide Nicola, un altro allenatore che al momento è fermo dopo la difficile stagione dell’anno scorso. Da dove pensa possa ripartire? Lo rivedremo subentrare su qualche panchina già in questa stagione?
"Guarda, ci sono già tre squadre che hanno cambiato allenatore in questo avvio, quindi non è escluso che a breve possa tornare su una panchina. D'altronde, sono ormai cinque o sei anni che Nicola fa bene e porta a termine ottimi campionati, i risultati parlano chiaro e sono dalla sua parte. I traguardi non si raggiungono dall'oggi al domani: lo scorso anno era partito benissimo e stava comunque lottando in piena zona salvezza prima dell'arrivo di Giampaolo. Purtroppo, per le società un po' più piccole l'esonero dell'allenatore è sempre la strada più semplice da percorrere, anche per una questione di costi. Se una società costruisce un progetto ampio e investe pesantemente sul mercato, come ha fatto giustamente la Fiorentina, non può svendere o rinunciare ai propri calciatori alle prime difficoltà ma deve per forza valorizzare la rosa a disposizione. Di conseguenza, cambiare la guida tecnica diventa inevitabilmente la scelta più rapida e indolore."
Soviero sulle voci di un possibile addio di Stroppa da Venezia
Spostiamoci a Venezia, un'altra piazza che lei conosce bene. In queste settimane si è parlato molto del futuro di Giovanni Stroppa, dimenticando forse il grande lavoro svolto lo scorso anno. Cosa pensa dell’avvio degli arancioneroverdi? La sosta potrà aiutare il mister a ritrovare la quadra?
"Il Venezia è una squadra già ben rodata e, avendo visto le sue partite, posso assicurarti che propone un ottimo calcio. Finora la differenza tra vincere e perdere l'hanno fatta puramente gli episodi: penso ad esempio al rigore sbagliato contro la Lazio, arrivato in un momento in cui la squadra di Stroppa stava proponendo tanto e a tratti dominando. Purtroppo questi dettagli condizionano il giudizio di chi si limita a guardare soltanto il tabellino finale senza analizzare lo sviluppo della gara."
"Per fare un parallelismo, pensa al successo del Frosinone sul Como: per i ciociari è stata un'impresa perfetta, ma il Como ha comunque fatto la sua partita e, senza gli interventi decisivi di Palmisani e qualche episodio favorevole, la storia sarebbe stata sicuramente diversa. Al Venezia al momento manca solo un po' di concretezza e cinismo negli ultimi metri perché la squadra costruisce tanto ma spreca ancora troppe occasioni. Serve ritrovare quel briciolo di cattiveria agonistica che l'anno scorso in Serie B non è mai mancata e che in questo avvio di campionato è un po' mancata."
Il futuro della nostra Nazionale e la meritocrazia per vestirne la maglia
A proposito di sosta, l'Italia ha vinto 1-4 contro la Turchia di Vincenzo Montella. Come hai visto questa nuova Italia di Roberto Mancini? E su cosa bisognerà lavorare di più durante questo raduno con quattro impegni ravvicinati?
"Partiamo da un presupposto chiaro: oggi l'Italia ha un solo e unico fuoriclasse assoluto, che è Gianluigi Donnarumma, per il resto parliamo di giocatori assolutamente normali. Un tempo la maglia azzurra rappresentava il punto d'arrivo, un premio riservato a chi dimostrava continuità ad alti livelli per anni e secondo me oggi questa meritocrazia si è un po' persa."
"Prendiamo la convocazione del giovane Pessina: per carità, è un ottimo prospetto e potrà fare sicuramente bene a Bologna, ma parliamo pur sempre di un ragazzo con pochissime presenze in Serie A. Nel frattempo ci sono portieri come Falcone, che da anni sfodera prestazioni straordinarie garantendo la salvezza al Lecce, o Caprile, che si sta confermando anche in quest'avvio di stagione su ottimi livelli dopo diverse stagioni importanti."
"È giusto valorizzare i giovani, ma il vero problema in Italia è che mancano i formatori e gli educatori nei settori giovanili. Non servono tecnici strapagati o ex calciatori ingaggiati solo per il blasone del nome: il calcio è di tutti, ma non è per tutti e aver giocato ad alti livelli non significa automaticamente saper fare l'allenatore o il dirigente. Bisogna saper insegnare il mestiere. Il vero problema secondo me è una solo: ormai ci sono più giovani italiani che crescono e giocano all'estero che nel nostro campionato."
Il ruolo del portiere nel calcio di oggi secondo Soviero
Da ex portiere, oggi si chiede al numero uno di essere quasi un giocatore di movimento. Secondo lei questa evoluzione ha migliorato il ruolo o si è perso l'essenza del portiere di una volta?
"Il ruolo del portiere è stato praticamente distrutto. Oggi c'è la mania della costruzione dal basso a tutti i costi, coinvolgendo continuamente il portiere coi piedi. In Italia santifichiamo Guardiola per una questione di moda, mettendolo a volte persino davanti a un Ancelotti che ha vinto molto di più. Sia chiaro: Guardiola è un grandissimo e tutto ciò che conquista è merito del suo gioco, non certo della fortuna e su questo sono d'accordo. Ma un portiere, al di là di un semplice giro palla, cosa può darti davvero in più? Gli può capitare una sola volta in un'intera stagione di indovinare il lancio giusto o la palla filtrante per l'assist in ripartenza, ma si tratta di un episodio isolato. Quella singola giocata da sola non compensa affatto la valanga di errori commessi in fase di disimpegno, le palle perse sanguinose o le uscite sbagliate per la troppa confidenza con i piedi."
L'analisi sul calcio nel Sud Italia e il calore di quelle piazze
Spostiamoci nel Sud Italia, dove lei ha vissuto tappe fondamentali della sua carriera. Ha conosciuto piazze caldissime come Reggina, Cosenza, Salernitana, Avellino e Juve Stabia: che ricordo conserva di quella passione viscerale e cosa manca oggi al movimento del Mezzogiorno per riportare più squadre stabilmente ai vertici?
"Per stare ad alti livelli servono capitali e investimenti importanti. Prendi il Palermo: ha alle spalle una proprietà solida e vedrai che tornerà presto in auge, anche se non è facile trovare gruppi finanziari pronti a investire con questa forza al Sud. Le piazze meridionali sono uniche e profondamente diverse da quelle del Nord, al Sud si vive di pallone ventiquattrore su ventiquattro, non stacchi mai la spina e basta un passo falso per far salire la tensione."
"Un tempo le contestazioni da parte dei tifosi erano ben più accese, oggi il clima è un po' cambiato; tuttavia io resto dell'idea che, finché ci si limita alla critica tecnica senza scendere nel personale, il tifoso abbia tutto il diritto di contestare. Anzi, se poi il calciatore sa affrontare quei momenti nel modo giusto, la contestazione ti dà la scossa per svegliarti e ritrovare la forza per ripartire. Il punto è che non tutti i calciatori hanno il carattere necessario per reggere la pressione di contesti simili. Purtroppo al momento non abbiamo molte squadre del Sud nella massima serie, ma tifoserie come quelle di Catania, Bari, Salerno o Reggio Calabria, anche quando si ritrovano nei campionati minori, dimostrano di avere piazze e curve da Serie A pura."
Salvatore Soviero sul suo carattere e la curiosità sui numeri di maglia
Lei è sempre stato conosciuto come un portiere dal carisma travolgente e dal carattere particolarmente forte. Col senno di poi, questo aspetto l’ha aiutata più di quanto l’abbia penalizzata nel corso della carriera?
"Finché il mio carattere è rimasto entro certi limiti mi ha fatto da spinta, ma quando è andato oltre si è rivelato un’arma a doppio taglio. A Crotone, per esempio, ho litigato diverse volte con Gian Piero Gasperini: lui mi faceva notare continuamente come certi miei atteggiamenti potessero condizionare negativamente i compagni e nuocere alla squadra. Io non ci davo peso, convinto che quelle reazioni servissero solo a darmi la carica. A posteriori devo ammettere che aveva pienamente ragione lui e questa è una lezione che ho compreso con anni di ritardo, ma il solo fatto di esserci arrivato resta un passaggio positivo."
"Se certe cose dette a muso duro durante la mia carriera le avessi espresse con modi differenti, o magari aiutato da un procuratore che mi facesse da filtro, la mia storia sportiva avrebbe potuto prendere una piega diversa, ma non ho rimpianti. Questa è stata una mia responsabilità, d'altronde le contestazioni nei miei confronti hanno sempre riguardato l'aspetto comportamentale, mai il valore tecnico tra i pali. Nonostante tutto, sono enormemente orgoglioso del mio percorso perché ho comunque giocato in piazze straordinarie e, se penso da dove sono partito e a quanta strada ho fatto contando unicamente sulle mie forze, posso ritenermi più che soddisfatto".
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C’è una curiosità: lei è stato un portiere abbastanza “atipico” anche nella scelta del numero di maglia, indossando numeri insoliti per il ruolo come il 7 e l'11 a Venezia, o l’8 a Crotone e alla Reggina. C’era un significato particolare dietro a queste scelte o erano semplicemente numeri che le piacevano?
"Il 7 è nato per caso in spogliatoio: c'erano due miei compagni che se lo contendevano, così alla fine, per tagliare la testa al toro, me lo sono preso io! Tra l'altro era un numero che mi affascinava già, perché quando da ragazzino giocavo a pallone con gli amici giocavo sempre davanti."
"A Reggio Calabria, invece, scelsi l'8 per un gioco di parole: "io l'8" (io lotto). Era un concetto che si addiceva perfettamente alla mia indole e al mio percorso calcistico e di vita e da lì non l'ho più lasciato. Del resto non sono stato l'unico a fare scelte particolari: penso a Fortin con il 14, oggi vediamo suo figlio ripercorrere le sue orme indossando quello stesso numero. Un altro memorabile, anche se non era un portiere, era Gatti con il 44. Sono numeri stravaganti che alla fine hanno fatto un po' la storia."
"Io poi sinceramente, non mi sono mai visto come un classico "numero 1", anche perché con i piedi non me la cavavo affatto male! Non voglio fare paragoni con nessuno e sicuramente era un altro tipo di calcio, ma calciavo benissimo di controbalzo, sia di destro che di sinistro, cosa che a quei tempi tra i portieri non faceva quasi nessuno."
Il ricordo del Derby della Lanterna con il Genoa
In chiusura volevo chiederle: lei, che ha vissuto diverse rivalità infuocate nel corso della sua carriera, ha un derby o una partita particolarmente sentita che le è rimasta impressa più delle altre?"Il Derby della Lanterna contro la Sampdoria è sicuramente il più bello che io abbia mai giocato. Ricordo che all'epoca, al Genoa, il presidente Scerni aveva appena ceduto il club alla nuova proprietà. Pochi giorni prima della partita, il nuovo presidente venne nello spogliatoio a parlarci e continuava a ripeterci che in campo voleva vedere "dieci leoni". Io a un certo punto lo guardai un po' male, così lui si corresse subito: "...e poi ovviamente abbiamo anche il leone tra i pali!" (ride, ndr)."
"Quel derby, a livello personale, fu una delle partite più belle che ho giocato in rossoblù, poi affrontavamo una Sampdoria che dal punto di vista tecnico aveva qualcosa in più di noi, ma riuscimmo a vincere sfruttando al massimo una delle poche palle gol che ci capitarono. Di derby ne ho disputati tanti, specialmente in Campania dove sono sentitissimi, ma quello di Genova ha un fascino unico. Mi è rimasto impresso un locale, credo si chiamasse proprio "Pizzeria il Derby", dove tifosi del Genoa e della Samp andavano a vedere la partita insieme: c'erano i genoani che esultavano a squarciagola e i doriani che rispondevano a gestacci. Sai, queste sono partite che già se non le perdi è come una vittoria. Poi io su due ne ho vinto uno e pareggiato l'altro, quindi direi che almeno nei derby sono promosso (ride, ndr). Sono partite che ti rimangono impresse, ricordi davvero indelebili."
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